Luciano Pignataro

Le fake news su pizza e pasta
e la nuova battaglia del grano

di Luciano Pignataro
La nuova battaglia del grano. È quella in corso in Italia, un Paese costretto a importare quasi la metà del suo fabbisogno. Bisogna dunque guardare in faccia alla realtà evitando le solite demonizzazioni, anche se non c’è cereale che ha subìto più trasformazioni dall’antichità a oggi.
Sicuramente la difesa e la riscoperta dei grani antichi è meritoria e va sostenuta per due motivi. Il primo è che questo impegno è fortemente motivante nei confronti di chi è dentro il settore, in genere giovani laureati che riscoprono l’orgoglio della propria terra e la dignità di lavorarla. In secondo luogo perché la tutela della biodiversità non è un valore astratto, ma un bene concreto che serve a caratterizzarci in questo periodo di omologazione e globalizzazione.
Detto questo, non possiamo pensare che il fabbisogno nazionale, lo ripetiamo, si risolva solo usando questa ricetta anche perché certi prodotti hanno bisogno di grani moderni per poter mantenere la qualità standard, come appunto la pizza napoletana che deve avere una farina forte che non fa stracciare il prodotto durante la lavorazione. O per la pasta perché, anche qui, con tutto il rispetto per grani antichi e altri cereali, si è giunti a un livello di qualità nella lavorazione che si deve per forza usare una certa materia prima.
Il segnale lanciato da Molino Caputo con la terza festa del Mugnaio va in una direzione precisa, che è quella di garantire visibilità alla tracciabilità del prodotto, oggi sicuramente il bene più prezioso per chiunque mangia qualcosa perché nel mondo moderno le distanze tra l’uomo e il cibo sono aumentate e nessuno sa con precisione da dove viene la roba con la quale ci nutriamo.
Servono dunque produttori di materie prime e industriali seri che ci mettono la faccia, e questo segnale vale mille certificazioni. Del resto è ben noto il ruolo storico che ha ricoperto il Molino Caputo nella elaborazione della nuova pizza napoletana contemporanea.
Ecco allora che senza integralismi e isterismi di stampo medioevale, dobbiamo capire che il buono e il cattivo non hanno una dimensione quantitativa, ma qualitativa. Non sempre piccolo è buono, non sempre grande è cattivo.
Retribuire bene l’agricoltura è il primo segnale di intelligenza commerciale perché evita di dipendere dalle oscillazioni dei prezzi e dagli imprevisti nei rapporti con i fornitori esteri. In questa direzione stanno andando tutti gli industriali dell’agroalimentare che non vivono solo di chiacchiere ma che sono capaci di guardare al di là della punta del proprio naso.
Domenica 24 Giugno 2018, 13:15
© RIPRODUZIONE RISERVATA

COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti


QUICKMAP