Ucciso con un colpo di fucile al volto
per un quad troppo rumoroso

Campo rom di Scordovillo
di Serafina Morelli

LAMEZIA TERME - Un quad, troppo rumoroso, si aggira all’interno del campo rom di Scordovillo. I residenti si infastidiscono e scoppia una discussione tra una ventina di persone. In pochi minuti la lite degenera e spunta un’arma: un fucile calibro 12 che colpisce nella mischia Luigi Berlingieri. Il 51enne di etnia rom, morto giovedì pomeriggio, secondo la ricostruzione degli investigatori era intervenuto per tentare di sedare una lite. Voleva riportare la calma nella baraccopoli ma è stato ucciso da un colpo di fucile al volto. A sparare il 30enne Salvatore Amato che, per difendere il fratello Massimiliano che stava avendo la peggio, avrebbe reagito in maniera violenta, prendendo l’arma nascosta nell’intercapedine di un albero ed esplodendo diciotto colpi di fucile calibro 12, due dei quali hanno raggiunto Berlingieri, morto poco dopo il ricovero in ospedale.

È subito partita la caccia all’omicida e in meno di 48 ore è stato rintracciato Salvatore Amato e posto in stato di fermo per omicidio, porto abusivo di arma e ricettazione della stessa arma. Non è stato semplice per gli inquirenti ricostruire l’esatta dinamica dei fatti. Né abbattere quella cortina di omertà che contraddistingue la comunità rom: «normalmente siamo aiutati anche da filmati o da testimonianze, le vittime sono fortemente collaborative. Invece in questo caso – ha spiegato Marco Chiacchiera, dirigente del commissariato di Polizia di Lamezia Terme - abbiamo dovuto constatare che la comunità rom per cultura ha una sorta di diktat che impedisce di collaborare con le forze di polizia. Abbiamo avuto difficoltà ad interagire e ad indurre coloro i quali erano i familiari vicini alla vittima a raccontarci le cose. Ma ci siamo riusciti».



Salvatore Amato (in foto) si nascondeva a casa di una zia nel quartiere Ciampa di Cavallo ed è stato rintracciato dagli investigatori della Squadra mobile di Catanzaro e del Commissariato di Lamezia Terme. «Amato ha esploso due colpi di fucile, movimentando diciotto pallettoni in un contesto spaziale limitato per la presenza di venti persone e assumendosi il rischio che questi colpi potessero cagionare l’evento che poi si è verificato. Dopo il fatto – ha raccontato il procuratore di Lamezia Terme, Salvatore Curcio - ha cercato di sottrarsi all’arresto, lasciando la propria abitazione insieme al fratello Massimo, anch’egli coinvolto nella vicenda. Nell’interrogatorio ha parzialmente ammesso i fatti, senza spiegare come sia venuto in possesso dell'arma, se non con una versione che riteniamo non credibile».

Nonostante i vari blitz delle forze dell’ordine cresce l’allarme criminalità a Scordovillo. Un campo rom dove non si può accedere facilmente se non autorizzati da chi “vigila” la baraccopoli. Una discarica a cielo aperto, a ridosso del centro abitato e dell’ospedale di Lamezia Terme, dove centinaia di famiglie vivono in condizioni igieniche precarie. Nessuno realmente sa quante siano le persone che vivono lì dentro, in mezzo a rifiuti di ogni genere, gomme e scarti di oggetti rubati. Nel 2011 l'allora procuratore della Repubblica di Lamezia, emise un'ordinanza di sgombero, ma il provvedimento non venne mai attuato. Un tema su cui è tornato oggi il questore di Catanzaro, Amalia Di Ruocco: «La questione del campo rom è stata affrontata in varie riunioni del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, sia con la precedente amministrazione che ora che il Comune è guidato da una commissione straordinaria antimafia. Dovrebbe esserci, a breve, un censimento del Comune sul campo rom. La decisione se chiudere o meno non spetta alla polizia. Il problema - ha aggiunto - sarà capire dove portare queste persone, e questo possiamo capirlo solo dopo avere avuto un censimento».

Alcune centinaia di persone, dunque, dovranno essere censite, verificate e controllate anche rispetto ad eventuali obblighi di assistenza alloggiativa. Quella che doveva essere un’area di passaggio, d'altronde, è diventata una baraccopoli fissa. Dall’accampamento si levano spesso fumi neri, tossici, l’aria diventa irrespirabile. Un odore intenso, acre si sprigiona da quella zona che i cittadini di Lamezia Terme ormai definiscono la «nostra terra dei fuochi».  «Il problema principale è di natura politica e amministrativa, rispetto all'opportunità di mantenere un insediamento rom di questa portata, così come pure la necessità di bonificare le aree dal punto di vista ambientale. Come procuratore - ha sottolineato il procuratore Salvatore Curcio - posso dire che c'è attenzione investigativa non indifferente nei confronti di questo insediamento ed i procedimenti incardinati approderanno a risultati. Esiste un problema dal punto di vista giudiziario e criminologico, anche rispetto all'alta percentuale di riconducibilità dei reati a soggetti che appartengono al contesto del campo rom. Questo rappresenta una criticità da affrontare con gli strumenti che la legge ci attribuisce, ma la dimensione è più ampia».
Sabato 26 Maggio 2018, 18:20 - Ultimo aggiornamento: 27-05-2018 11:02
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