Karwowska, “fragile guerriera” dell’arte in un’antologica a Castel dell’Ovo

L'artista Barbara Karwowska (al centro, con il cappello nero) tra la curatrice della mostra Fedela Procacini (in rosso) e il console onorario della Polonia Dario dal Verme
di Donatella Trotta

Una guerriera. Fragile e malinconica quanto tenace. E determinata. Una pacifica e visionaria “combattente” dell’arte, armata solo di pennelli e sensibilità empatica che le fanno intercettare silenziosamente l’anima di persone, ambienti e cose riverberati nel simbolismo cromatico (e non solo) dei suoi dipinti dalla personalissima cifra stilistica, ormai riconoscibile come un brand estetico. Per venticinque anni, l’artista di Danzica Barbara Karwowska, classe 1970, polacca di nascita ma napoletana d’adozione, ha ritratto volti, emblemi e atmosfere della “città porosa” dove è giunta per caso, nel 1992, e non se ne è più andata. Qui Barbara ha infatti trovato una potente ispirazione per il suo talento, attraverso una fascinazione feconda che ha impresso una svolta creativa al suo immaginario artistico formatosi inizialmente all’Istituto d’arte di Orlowo, in Polonia, e poi trasformatosi progressivamente, a contatto costante con il caleidoscopio partenopeo.

A ripercorrere ora l’evoluzione della poetica dell’artista – che ha avuto anche esperienze teatrali con il gruppo Malatheatre di Ludovica Rambelli, ritratto in diverse sue tele – è un’antologica opportunamente curata dalla storica dell’arte Fedela Procaccini in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli ed esposta, fino al 23 gennaio, nella Sala delle Terrazze a Castel dell’Ovo (ingresso libero, dal lunedì al sabato ore 9-19, domenica ore 9-14), con il patrocinio del Consolato onorario della Repubblica di Polonia guidato dal console Dario dal Verme, presente al vernissage con l’artista e la curatrice. In mostra, una selezione di una trentina delle opere più significative del percorso artistico di Barbara Karwowska dal 1991 al 2017: dai ritratti bianconeri a matita, dal vivo, di protagonisti del microcosmo familiare dell’autrice («Uomo seduto», «Ritratto di nonna Henryka») ai primi autoritratti dell’artista, dominati dal blu oltremare: come in un grande olio su tela verticale, di emblematica intensità, dove la figura longilinea di Karwowska, seduta e vestita con un abito primonovecentesco, i grandi occhi blu nel volto scavato rivolti allo spettatore, le mani inerti e lunghe come artigli, campeggia su uno sfondo di gotica e misteriosa cupezza, percorso da segni come graffi: «Ero appena arrivata a Napoli – rivela l’artista – e pensavo che questi graffi, fatti con i chiodi, fossero semplicemente una ricerca estetica, un mio espediente per cercare di rendere i riflessi. Solo dopo molti anni, ho compreso che quei graffi in realtà corrispondevano ad alcune ferite che mi portavo dentro…».

Segni esistenziali superati dal colore dell’energia e della passione, il rosso: che - con le sue infinite declinazioni - Karwowska inizia a utilizzare nelle opere successive schiarendo via via la composizione cromatica dei suoi cicli pittorici più recenti: come – per citare solo alcuni esempi - l’ultimo, velato di sottile ironia: quello dei «Tombolati», ritratti di personalità a lei vicine raffigurate mentre mostrano il numero della smorfia napoletana pescato a sorte nel cestino in vimini (e riproposto alle spalle della persona ritratta, suggerisce Emilia Sensale, come fosse un’aureola); o come quello perturbante dei Pinocchi in conflitto, o, ancora, quello degli espressivi «Ritratti di Napoli» che raffigurano molti protagonisti della scena culturale partenopea, e non solo (da Jean-Noel Schifano a Roberto De Simone, da Eugenio Viola fino a Paolo Stampa, dove, nel grande ed evocativo dipinto ad olio su tela «Immerso nei pensieri», secondo la curatrice di «impostazione rinascimentale», la stesura cromatica, come la barchetta bianca di carta su un tavolo-abisso scuro, è ancora fredda, percorsa da blu e neri a simboleggiare un viaggio profondo nell’inconscio.

Tutti, comunque, costellati in vario modo da alcune ossessioni iconiche dell’artista: centrini di merletto, piume, corone stilizzate, geroglifici decorativi e segni zodiacali, angeli e ombre: a conferire atmosfere di mistero e fiabesco incanto a tele spesso concepite come suggestivi polittici dagli echi klimtiani («Il mio angelo custode») o composti, a riempire un’unica sala, su grandi tele-paravento («Il pizzo»): come l’opera «Il Rosario» del 1999 (27 tele dipinte ad olio, con due ante di cartone dipinto e colorato, costate mesi di lavoro), parte integrante di una mostra personale del 2002 di Barbara Karwowska alla Colombaia di Visconti ad Ischia e donata con generosità dall’artista alla Fondazione Luchino Visconti in omaggio al grande regista. Ma dell’opera che doveva restare permanente nel sito, purtroppo ora chiuso, si è misteriosamente persa ogni traccia. Un giallo, con grande rammarico di Karwowska che coglie l’occasione della sua nuova antologica per rilanciare il suo appello al ritrovamento del suo dono.

Non mancano, nella selezione a Castel dell’Ovo, anche inquietanti, espressionistici ritratti d’ambiente («Circo esistenziale», «A Napoli la notte è magica», «Mistero. Lanificio 25»), accanto a ritratti (e autoritratti) portatori di precisi messaggi “al femminile” tesi a ribaltare stereotipi e luoghi comuni: come nelle figure zoomorfe dei segni zodiacali, in provocatoria polemica con l’uso dei corpi femminili nei calendari, o come nei dipinti «Fragile guerriera» e «Fragile guerriera a riposo», ispirati da una danzatrice/performer conosciuta da Karwowska a Parigi ed efficacemente raffigurata come una coraggiosa quanto eterea combattente, che nella sua pausa dalla lotta prefigura – quasi come una sacra crocifissione – un’ascensione al cielo liberatoria delle paure, dei dolori e delle violenze terrene. Perché, in fondo, «è la figura umana al centro della scena e dello sguardo dell’artista, immersa in un’ambientazione che si congeda dal reale per giungere ad un piano metaforico, uno degli elementi più cari alla Karwowska», spiega la curatrice della mostra Fedela Procaccini: «Gli spettacoli, il teatro, l’oroscopo, l’incantesimo fiabesco – continua - sono i temi che colpiscono per immediatezza e innata sensibilità. Grazie al ritratto, genere predominante nella sua produzione, l’artista indaga sé stessa e gli altri, prosegue in un’indagine introspettiva, conferendo, di volta in volta, significati simbolici ai dipinti».

Di qui l’intento dell’antologica: «Raccontare – conclude Procaccini - anche attraverso tele raramente esposte, il percorso artistico di una donna che ha scelto l’arte come principale veicolo comunicativo dei suoi sentimenti e delle sue emozioni. Indagare, scavare, raggiungere la bellezza grazie ai pennelli, ai colori e a quell’armonia che ricerchiamo in continuazione è il sentimento che viene trasferito all’osservatore dalle opere di Barbara Karwowska». Non a caso, il nuovo impegno dell’artista è ispirato dalla lettura (folgorante) del Cunto de li Cunti di Giambattista Basile, di cui vi è un esemplare in mostra: «…c’era una volta il re di Vallepelosa che aveva una figlia chiamata Zoza», dove Karwowska ritrae significativamente se stessa nei panni della principessa triste della fiaba e il marito Guido nei panni dell’amorevole padre, il Re di Valle Pelosa, che tenta di farla sorridere: «Ho scoperto per caso, grazie all’amico Ignazio Cannavale, i racconti di Basile che mi hanno letteralmente stregata – spiega l’artista -. La loro potenza immaginifica e realistica supera di gran lunga quella delle fiabe nordiche: non riuscivo a staccarmene, e già da una prima lettura sono nate nella mia mente alcune immagini. Di qui l’idea di rappresentare prossimamente, in un ciclo, il Cunto de li Cunti». Un giusto connubio, per una pittura fortemente narrat(t)tiva come quella di Barbara Karwowska.
   
    
Sabato 13 Gennaio 2018, 12:00 - Ultimo aggiornamento: 13-01-2018 12:54
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