Marassi, una vignetta vi seppellirà: trent'anni di storia alla Feltrinelli

di Pietro Treccagnoli

Conosco Riccardo Marassi dal 1977 o forse dal 1976. Da più di quarant'anni, quindi. Quando i miei capelli erano ancora neri e lui non aveva la testa lucida che ha avuto da quasi subito, come si addice a un fine umorista, e non a un semplice vignettista satirico, quale Marassi è ed era già a 18 anni. Conosco Riccardo da quando si era poco più che adolescenti, quindi. Per anni non ci siamo frequentati molto. Lui, intanto, disegnava vignette per «Paese Sera». Poi nel 1987, c'era un'elezione politica della Prima Repubblica, me lo vidi davanti nella redazione di via Chiatamone con una cartella di fogli ingombri di sorci e nuvole. E di battute fulminanti.

Erano i suoi primi Sassi che non erano ancora ufficialmente «I Sassi di Marassi», il suo fondo politico (perché le sue vignette erano fondi politici) che in prima pagina del «Mattino» ha inseguito, anticipato e commentato i grandi temi della cronaca, colpendo, alla testa e alla pancia, la vita italiana, il costume e il malcostume del Paese e di Napoli e pure del resto del mondo. Era cominciata la sua avventura nel giornale che abbiamo condiviso, fianco a fianco, per trent'anni, fino a quando, appena qualche mese fa, Riccardo è andato in pensione, ma non ha smesso di lanciare affilate vignette. Adesso continua a farne nella Rete, con una pagina Facebook che non poteva che riprendere il nome consolidato e amato.

Detto questo, si sarà già capito che state leggendo un articolo inusuale, perché è complicato rispettare il canone della giusta distanza, deontologicamente indispensabile a un giornalista. È impossibile e sarebbe ipocrita camminare da funamboli sul filo dell'equidistanza. Si precipiterebbe subito. Marassi, tra l'altro, contraddice lo stereotipo dell'umorista che nel privato sarebbe persona triste, silenziosa, mutriosa. Al contrario, fuori dal rettangolo della battuta, Riccardo è persino più divertente, scatena la risata di cuore, immediata e istintiva, perché coglie l'attimo, carpe risus. È addirittura insopportabile, non ti concede una pausa per prendere fiato, di sprofondare in uno spleen riposante. L'inquadramento lo limita. Così se volete vederlo in azione, dal vivo, venerdì alle 18 dovrete andare alla Feltrinelli di piazza dei Martiri di Napoli per la presentazione ufficiale della mostra «C'è poco da ridere» (con lui interverranno Eleonora Puntillo e Luigi Vicinanza), che sarà aperta già da oggi. Vale la pena andarla a vedere in anteprima, in modo da arrivare all'incontro preparati.

Che cosa espone Marassi? In quattro parole: trent'anni di storia. Anzi trentuno. Perché tante saranno le vignette in mostra. Una per ogni anno di vita al «Mattino». La distillazione di un lavoro già distillato qual è il suo umorismo, la sua satira talvolta feroce, ma mai sbracata, costruita su dialoghi secchi che avrebbero fatto invidia ad Achille Campanile o senza parole per lasciare senza parole. A ripercorrerla tutta è una carrellata che da Giulio Andreotti arriva a Giorgio Napolitano, assieme ad una selezione di personaggi e interpreti, comparse e protagonisti, come Bettino Craxi, Ciriaco De Mita, Massimo D'Alema e poi, ovviamente Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, fino a Beppe Grillo e naturalmente Donald Trump.

Ma tutto questo non entrava nel rettangolo di una sola stanza, per quanto vasta. E una vignetta all'anno è davvero solo un assaggio che Marassi ha dovuto selezionare forzando il suo stesso carattere, perché me lo immagino Riccardo a rimuginare, a guardare e riguardare, a scartare e a riprendere i disegni con quegli omini acuti o spaesati di fronte a un mondo che può essere decifrato e sopportato solo con il bisturi e il grimaldello dell'ironia.

Una risata vi seppellirà: è stato questo il sogno e l'utopia di diverse generazioni di giovani che speravano di cambiare le sorti del mondo prima che il mondo cambiasse loro. Marassi ci ha creduto e continua a crederci: la sua satira non ha mai celato le sue idee, ma le sue idee non hanno mai sopraffatto la sostenibile leggerezza della risata. Anzi, forte dell'aforisma di Ennio Flaiano, Marassi, lanciando sassi, ha sempre pensato che è meglio perdere un amico che una battuta. Lui, però, ha saputo tenersi entrambi. A lungo.
 
Mercoledì 10 Gennaio 2018, 10:22 - Ultimo aggiornamento: 10-01-2018 10:22
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