Campania, i big si tengono a distanza: il Pd pronto a giocare la carta Gentiloni

di Adolfo Pappalardo

Ieri è arrivato Beppe Grillo a Napoli per dare una mano a Luigi Di Maio, nel momento più buio dei 5 Stelle. È il primo big in Campania in una corsa nell’area che rimane sempre strategica per il risultato elettorale nazionale. E lo sa bene proprio il candidato premier grillino che ha dedicato ben due giorni in questa regione, partendo domenica da Salerno, il fortino del potere deluchiano. 
Dall’altro lato, dal centrodestra e dal centrosinistra, le strategie sono diverse e, a meno di cambi in corsa, l’arrivo dei big, come era inteso un tempo, viene ormai centellinato. Colpa dei collegi ma anche di diverse strategie. 
Il centrodestra ha ormai puntato tutto sul Cavaliere in arrivo a Napoli tra il 20 ed il 24. Solo lui e non altri pezzi da 90 del partito. Un po’ perché Forza Italia da sempre punta tutto sul consenso e la forza del suo leader massimo, dall’altro si è deciso di non oscurare capilista e candidati dei vari collegi. Colpa anche della nuova legge elettorale con cui nessuno ha ancora preso confidenza. 
Più complicato, invece, lo scenario in casa Pd. Il Nazareno, in queste ore, sta rifacendo i suoi calcoli, e ha commissionato altri sondaggi, dopo i fatti di Macerata, che hanno fatto registrare un’altra flessione in termini percentuali. Da qui l’idea di sfruttare meglio e di più la carta Minniti puntando sul tema sicurezza dove la Lega, in queste ore, ha registrato sostanziosi balzi in avanti. Ed infatti il ministro dell’Interno, dopo la tappa di Salerno di sabato (dove è capolista nel proporzionale), sarà a Caserta martedì pomeriggio. Mentre domani è il turno del collega della Giustizia Andrea Orlando a Napoli. E finisce qui l’elenco degli arrivi in Campania, dove il Pd vede erodere consensi, guarda da lontano la sfida nei collegi perché in quasi tutte le realtà sembra risolversi in uno scontro finale tra centrodestra e Movimento 5 Stelle. Tanto che, in queste ore, al Nazareno si ipotizza di studiare un tour per il premier Paolo Gentiloni, volto più rassicurante della politica democrat e l’unico politico convincente verso il popolo di chi si asterrà.

 

Per il resto la Campania viene affidata nelle mani del governatore De Luca. A lui che è riuscito ad ottenere 5-6 candidature sicure (compresa quella per il suo primogenito Piero) l’onere, dopo l’onore, di buttarsi a capofitto e giocarsi la carta di quanto fatto a Palazzo Santa Lucia. Poi il 5 marzo si vedrà se l’immensa fiducia tributatagli dall’ex premier sia stata ben riposta o se si sia rivelata un azzardo. Lo sanno big come i ministri Franceschini o Delrio che, per ora, hanno deciso di tenersi lontano da questa regione. 
Niente ministri e big vari, quindi. Compresa la titolare dell’Istruzione, Valeria Fedeli, pure capolista in Terra di lavoro, mentre l’ex ministro Boschi, il volto reclame del renzismo, a questo giro viene confinato nel solo collegio di Bolzano. 
Rimane l’interrogativo sul segretario nazionale pd Matteo Renzi. Alla vigilia delle Europee fu proprio lui a insistere per chiudere la campagna elettorale alla Sanità. Allora i democrat viaggiavano con il vento in poppa, l’ex sindaco di Firenze era all’apice dei consensi, e la tappa napoletana finale veniva considerata quasi scaramantica. Altri tempi. Ad oggi, nonostante Renzi sia capolista al Senato a Napoli, non è in agenda alcuna sua visita all’ombra del Vesuvio. Niente di programmato per ora anche se i suoi confidano in un arrivo nell’ultima settimana prima del voto. Ma niente chiusure qui. 
Più movimentisti e attivi, invece, i partiti a sinistra. Oggi l’europarlamentare Elly Schlein sarà a Napoli per sostenere i candidati di Liberi e Uguali e per la prossima settimana è prevista un’altra tappa di Pietro Grasso.
Potere al Popolo, invece, punta tutto su venerdì quando arriverà Jean-Luc Mélenchon, il politico francese uscito dai socialisti per fondare un partito neo-comunista. Scelta considerata velleitaria nel 2008 e alle ultime presidenziali quando Mélenchon partì da un misero 11 per cento nei sondaggi per diventare la vera sorpresa dell’elezione che ha poi incoronato Macron: niente ballottaggio per un soffio ma capace di superare i socialisti e arrivare al 20 per cento. Un riferimento per Potere al popolo. 
Martedì 13 Febbraio 2018, 10:19
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