21 mesi all'obitorio, la salma ​del migrante in Campania non trova sepoltura

di Giuseppe Pecorelli

Il 5 ottobre 2016, il corpo senza vita di una giovanissima donna giunge al porto di Salerno sulla nave norvegese Siem Pilot. Sulla stessa imbarcazione viaggiano altre 980 persone, provenienti soprattutto dall’Africa e dalla Siria. Di quella ragazza non si sa nulla. Viene subito portata all’ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, dove il suo corpo è sottoposto ad autopsia. Non ci sono segni di violenza, ma molto probabilmente ha perso la vita per annegamento. Da allora sono passati ventuno mesi e il cadavere di quella ragazza è ancora in una cella frigorifera dell’obitorio del nosocomio salernitano. 

IL SILENZIO
Ai suoi piedi una targhetta con su scritto “Marittima”, donna che viene dal mare, il nome che le hanno dato in sostituzione di quello vero. Nessuno dei suoi familiari ha mai chiesto di lei o, se lo ha chiesto, non è mai riuscito a trovarla. Una situazione inaccettabile secondo don Marco Russo, direttore della Caritas diocesana, che da tre mesi prova a sbloccare la burocrazia perché quella ragazza – i medici ipotizzano che avesse non più di diciannove anni – possa finalmente riposare in un cimitero. «Io chiedo solo di poterle dare sepoltura – dice il sacerdote – è possibile che non si riesca a superare gli ostacoli legali? Nessuno si pone il problema. Non so nemmeno esattamente a chi chiedere aiuto e, per questo, ho scritto a tutti: al prefetto, al questore, al procuratore della repubblica, al sindaco, ai vertici dell’ospedale». Dal 2016, i volontari della Caritas salernitana cercano di dare un nome agli “invisibili”, a coloro che, pur avendo una sepoltura, non hanno un nome. Il 6 maggio 2017, dopo un anno di ricerche, lo stesso don Marco, al cimitero di Salerno, ha benedetto tredici di quelle tombe, cui sono state assegnate delle lapidi, con i fiori primaverili disegnati sulla sinistra, un angelo sulla destra, ma soprattutto un nome, un cognome, la data di nascita e quella di morte. E un augurio: “Riposa in pace”. Quelle persone non sono vento, che passa. Ma la ricerca di quel nome, in qualche caso, si rivela impossibile. Sulla tomba di una donna rumena è stata posta una lapide con l’inscrizione “sconosciuta, ma cara a Dio”. “Qualche mese fa – continua don Russo – mi hanno detto che occorresse aspettare due passaggi formali. L’iscrizione all’anagrafe, cui il Comune ha provveduto. E l’autopsia, che pure è stata effettuata. Quali ostacoli ci sono ancora perché sia concessa alla ragazza una degna sepoltura? Non solo è scomparsa in modo drammatico, ma è sventurata due volte: in vita e anche dopo la morte. Non voglio cercare il colpevole di questi ritardi, m’interessa solo il lato umano. Finora abbiamo dato sepoltura a ventotto persone. Due giovanissime, di probabile nazionalità nigeriana, giunte al porto senza vita il 19 aprile 2017, sono state sepolte sotto la terra nuda, rivolte verso il sole. Le tombe sono perpendicolari rispetto alle altre sepolture come gesto di attenzione per donne di cui non si conosce la religione. Vorremmo fare lo stesso con Marittima. Se me lo permettono.

LA DIGNITA’
A settembre passano due anni dal suo arrivo ed è inaccettabile che la situazione sia ancora in stallo. Sono anche disposto ad andare io stesso all’obitorio a chiedere direttamente quel corpo da seppellire”. A Marittima, don Marco scrive anche una lettera, che è quasi una richiesta di perdono. “Un sussulto di umanità – scrive – alberghi nel cuore di una umanità preoccupata a creare muri, alzare torri, costruire piazze e spiagge. Siamo preoccupati a difendere più che accogliere, ad accumulare più che condividere, a difendere la razza e non il dono di una terra che mi è data in consegna e che dovrò lasciare ad altri”. 
Domenica 24 Giugno 2018, 12:57 - Ultimo aggiornamento: 24-06-2018 12:57
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