«Zero Otto Uno», la scommessa di Sonny, da Sarno alla conquista di New York

di Luca Marfé

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NEW YORK - Zero Otto Uno per chi…mangia da fuori Napoli.

La scena è quella di Hoboken, dall’altro lato del fiume Hudson. I sapori sono quelli nostri.
A pochi passi da uno dei panorami più ambiti del mondo, un rifugio che ha l’aria e soprattutto i profumi di casa.
Manhattan appare di colpo diversa, distante, calma.

L’Italia, la Campania, “casa”, insomma, sono invece qui, improvvisamente vicine.
Da “Zero Otto Uno”, appunto. Nome geniale che gli Esposito, originari di Sarno, hanno scelto per il loro locale che cade giusto a metà tra un ristorante e una pizzeria.



A distanza di un solo tunnel dal cuore pulsante della Grande Mela, c’è una delle arterie principali di questa parti: Washington Street, nuovo quartier generale, al civico 502, di un prefisso simbolo mai dimenticato, neanche a latitudini così lontane.

Qui i clienti americani sono abituati a una pizza sulla quale formaggio e pomodoro si fondono in una sorta di miscuglio compatto d’ingredienti.
Orrore inaccettabile per i fondamentalisti della tradizione napoletana, abitudine consolidata per gli amici a stelle e strisce.
Ecco la sfida firmata Esposito, dunque: vincere le resistenze della routine statunitense e in qualche modo addirittura educare al mito della nostra gastronomia, non solo in fatto di pizza.



Varcata la soglia, le atmosfere sono calde, tipicamente campane.
Dietro al banco, alle prese con un bel forno a legna, c’è il giovane Santolo Esposito. Tutti lo conoscono come Sonny: 25 anni, già cittadino americano, ma con alle spalle ben 22 primavere in Italia. Papà originario del Bronx e mamma italiana.
Ha un’aria gentile, un po’ timida. Sorride.




Santolo, cibo e ristorazione scorrono nel tuo sangue. Tuo padre ha aperto due ristoranti in Italia e adesso anche tu ne hai aperto uno tutto tuo al di qua dell’Hudson, a un passo da New York. Una bella soddisfazione. 

«Sì, in realtà mio padre in vita sua di ristoranti ne ha aperti diversi, sia in Italia che in America. E questa passione, quasi inevitabilmente, l’ha trasmessa sia a me che a mio fratello. Anche se sono nato nel New Jersey, io ho vissuto fino a 22 anni in Italia, ma appena sono tornato qui mi sono rimesso con le mani in pasta tra le mura di rinomati ristoranti italiani di New York, dove mi sono fatto le ossa e ho avuto la possibilità di migliorare, di conoscere ancora più a fondo i segreti della pizza e della ristorazione. Poi alla fine, sei mesi fa, ho realizzato il mio sogno: un posto tutto mio, altrove, qui ad Hoboken. Zero Otto Uno. Il nome mi piace, suona bene!»

Geniale. Ma, nome a parte, perché proprio Hoboken?  
«Ho deciso di aprire qui perché, nonostante ci siano molti ristoranti italiani, così come altre pizzerie, in verità nessuno offre alla propria clientela la vera pizza della tradizione napoletana. Mi è sembrato addirittura giusto che qualcuno finalmente riempisse questo vuoto. Voglio in qualche modo “insegnare” ai residenti ad apprezzare la vera cucina italiana, che è cosa ben diversa da quella italo-americana a cui oramai si sono abituati». Fa una mezza pausa, scherza: «Rassegnati?». E ride.
Poi torna serio, riprende: «Ancora oggi ho clienti che mi chiedono la pasta Alfredo, il pollo al marsala, quello al parmigiano. Cose che in Italia non esistono nemmeno, ma che sono il frutto quasi inventato dell’immigrazione di un altro tempo». 




Insomma, la vera cucina delle mamme, delle nonne di una volta.
La pizza, invece?
«La pizza è proprio quella della tradizione napoletana. Non croccante, ma soffice, leggera e cadente. L’impasto è figlio di un mix di farine di altissima qualità, sia italiane che americane. Ha almeno 24 ore di lievitazione. Sopra, infine, viene guarnita con mozzarella importata dall’Italia, pomodoro San Marzano DOP e Olio Extra Vergine di Oliva».



Per quanto riguarda il resto del menù, quali sono i cavalli di battaglia?
«Mari e monti, ma soprattutto Napoli, tradizione. Gli ingredienti sono sempre freschissimi, “facciamo mercato” ogni santo giorno. Branzino fresco, salmone, ma anche agnello, tartufo, pappardelle fatte a mano, funghi, linguine al nero di seppia, paccheri allo scoglio, grigliata di pesce e tanto altro ancora. Su tutti, però, il piatto top è il ragù. Ricetta tradizionale di mia nonna, dalla cottura lenta, lenta, lenta».
Lo dice proprio così, lo ripete tre volte, quasi scandendolo.
«Per i dolci, infine, tiramisù e cheesecake. Senza dimenticare un dessert speciale con una base di pizza fritta, gelato alla nocciola, nutella e panna montata. Una follia, credetemi».




Al di là della tavola, su cosa scommettete? L’Italia, Napoli in particolare, è un valore aggiunto? Quanto grande?

«Certo che lo è. Al di là della tavola, puntiamo tutto sull’accoglienza, calorosa, ma mai scomposta. Tutto lo staff è italianissimo e l’atmosfera, nonostante il locale sia nella strada principale e più trafficata dell’intero quartiere, resta intima, allo stesso tempo alla mano ma elegante. Chiunque mette piede qui dentro, anche il più americano degli americani, deve percepire la magia della nostra bellissima Napoli».

Ha gli occhi lucidi. Negli Stati Uniti sta vivendo quella che lui stesso descrive come la fase più importante della sua vita, ma è evidente che il cuore gli continui a battere dall’altro lato dell’Oceano.

Nel frattempo, entra un gruppo di italiani. Un giro di saluti, lo abbracciano. Altri espatriati o forse dei turisti di passaggio. Essere a casa pur essendo lontani da casa.

Non solo nostalgie, però. Una storia di coraggio, come tutte le storie di piccole famiglie che, con le loro forze e nulla più, provano a cambiare tutto. Provano a vestire i panni di ambasciatori di tutto il meglio che, per scelta o per necessità, si sono lasciati alla spalle. Anche se mai veramente. Perché Napoli resta. Resta nei modi, nella mente e nel cuore. E qui si percepisce, e qui c’è. Ce n’è un bel po’.


(Fotografie di Natalia Nuñez)
Martedì 11 Dicembre 2018, 14:39
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